Il fuoco di ribelli, santi e pazzi

Pensieri sparsi in forma critica

Spettacolo visto a Villa d’Agostino (Osnago) in L’ultima luna d’estate festival del teatro popolare di ricerca, il 5 settembre 2014

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Un letto emerge dal palco, come un‘isola, un rifugio circondato da un mare di rose.


La scenografia di “Zelda. Vita e morte di Zelda Fitzgerald” evoca tutto ciò che è perduto. La giovinezza vissuta con levità è il petalo staccatosi da un fiore ormai secco. Francis, compagno di vita prima che scrittore simbolo degli anni ’20, è il solo appiglio sicuro. Il talamo una volta grato si è trasformato nel letto della malattia. Anche l’amore per il marito si ammala e appassisce quando la schizofrenia si aggrava e costringe la donna all’immobilità fisica e creativa dell’ospedale, una beckettiana Winnie interrata tra cure e cuscini.

Accoglie gli spettatori lo stanco corpo di Zelda Sayre Fitzgerald, artista poliedrica entusiasta ma esausta. Entrando in sala si raggiunge l’ultimo giaciglio dell’artista, di cui durante lo spettacolo si ripercorrerà la vita, metafora dell’inesausta ricerca del sublime. Zelda ci guida nel passato attraversando ricordi che si fanno canto del cigno, l’addio al mondo prima di riappropriarsi della capacità di agire; ma la morte la coglie nell’incendio della clinica, il 10 marzo 1948.
Ma anche il ricordo è contagiato dalla malattia e del talento di un tempo, riconosciuto da tutto il circolo letterario che Zelda frequentava a Parigi, non rimane che una labile traccia. Mentre il collegamento con la realtà si fa sempre più esile, la poetessa diventa querula e sragiona, l’immaginazione la trasforma nella Blanche di Un tram chiamato desiderio.

Impulsi sconvenienti per la provincia americana fanno emergere da coltri di coperte le membra della poetessa e le gambe della danzatrice che Zelda fu scoprono il suo corpo e la sua anima. Con l’ultimo rigurgito di vita, otto anni dopo la morte del marito, compaiono sulla scena i simboli di un’esistenza estratti dal lenzuolo bianco come da un ventre, partoriti. Nel travaglio della creazione poetica la voce si arrochisce congestionata da idee che il linguaggio fatica ad esprimere, invecchia prematuramente logorata dal continuo sforzo verso la perfezione: Zelda è una rosa, così si è sempre vista. Ma i movimenti che l’ispirata recitazione di Giorgia Cerruti ci restituisce sono inconsulti, il corpo posseduto un sogno ricorrente, evocato e mai esorcizzato. Cristo giace con lei, “è più caldo di Francis”, Apollo la corteggia; una follia inquietante ma decisamente matura, quasi senile nonostante la sua giovane età, questa la cifra dello spettacolo.

La drammaturgia di Davide Giglio per la Piccola Compagnia della Magnolia è decisamente convincente nel proporre una tale chiave di lettura, capace di emozionare. La regia completa efficacemente l’impianto drammatico e l’apparente staticità dell’azione scenica focalizzata sul letto, che l’attrice non abbandona per tutta la durata dello spettacolo, è sostenuta da una gestualità puntuale molto più che da luci e musiche.
Laddove l’apertura dello spettacolo prevede la voce della poetessa emergere dal buio con un effetto di grande impatto, dopo le ultime parole di Zelda, una profetica poesia sul suo destino di morte, il finale si concretizza nella voce registrata della stessa Cerruti che annuncia con asetticità le circostanze della morte di Zelda Fitzgerald. Vedere l’interprete ancora in scena e illuminata nel sonno, ormai eterno, del personaggio come quando impersonava una donna viva genera un cortocircuito comunicativo che solo in un secondo momento si svela come un raffinato gioco metateatrale.

A rimanere impresse nella memoria le parole che accolgono il divampare dell’incendio, probabilmente appiccato dalla stessa poetessa:
Col fuoco si bruciano i ribelli, le streghe, le sante, i pazzi.

di Giulio Bellotto

courtesy Parlando di Ultima Luna, 2014

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